A Cesare e a Dio

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Autore: Massimo Trifirò

Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.

Dopo quelle del demonio nel deserto della Giudea, è una delle tentazioni, delle provocazioni, tra le più ricordate, alle quali è sottoposto Gesù di Nazareth: quella che cerca di coglierlo in fallo costringendolo a schierarsi: o con l’Autorità romana che opprime Israele - ponendosi in cattiva luce nei confronti del popolo - o contro l’Impero, oggettivamente opponendosi agli invasori e, a suo rischio, identificandosi come ribelle. È la trappola della politica, dell’ideologia. Alla quale però Cristo si sottrae indicando non un hic et nunc, un qui e ora umano, ma un Altrove, una prospettiva che trascende le contingenze, le miserie dell’Uomo, e che lo eleva.